.

Ricorso contro il Messina: La Reggina che promette fuoco e fiamme… e poi spegne la miccia

di Rocco Calandruccio

La Reggina aveva giurato battaglia.  Aveva annunciato che sarebbe andata “fino in fondo”, che non avrebbe mollato di un centimetro, che il ricorso contro il Messina sarebbe stato portato avanti ad ogni costo.  E invece, alla prova dei fatti, ha fatto l’esatto contrario: si è ritirata in silenzio, senza nemmeno tentare l’ultimo grado di giudizio. È questo il punto politico, sportivo e comunicativo che brucia: non la rinuncia in sé — che, viste le motivazioni del Tfn, era quasi inevitabile — ma la distanza siderale tra i proclami e la realtà. La società amaranto aveva costruito una narrativa muscolare, da club pronto a difendere la propria posizione contro tutto e tutti. Poi, quando si è trattato di trasformare le parole in atti, ha scelto la via più comoda: nessun ricorso, nessuna sfida, nessun “fino in fondo”.  Una retromarcia che pesa, perché mina la credibilità di chi guida e di chi comunica.

Il Tfn aveva già spiegato che non c’erano margini: eventuali irregolarità del Messina potevano essere valutate solo tramite un deferimento della Procura Federale, non tramite ricorsi dei club.  Ma questo la Reggina lo sapeva già quando prometteva guerra.   E allora la domanda — politica, non tecnica — resta sospesa: perché annunciare una battaglia che non si può combattere?La risposta è amara: perché serviva mandare un messaggio, non ottenere un risultato.   E quando il messaggio non serve più, si spegne tutto.  Così Acireale e Sancataldese seguono a ruota, mentre il Messina resta dov’è, con una cocente retrocessione. La Reggina, invece, resta con un paradosso:  aveva promesso di andare fino in fondo, ma si è fermata all’inizio.


Altre notizie
PUBBLICITÀ