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Reggina, tifosi contro tifosi: l'infinita e inutile guerra tra poveri

di Rocco Calandruccio

Reggio Calabria ha un talento che sfiora l’autolesionismo: riesce a dividersi prima, a prescindere, senza conoscere i fatti, senza vedere i progetti, senza ascoltare una parola ufficiale. La Reggina è di nuovo al centro di una contesa societaria, con due poli ben definiti – da una parte Matt Rizzetta, dall’altra la cordata che fa capo all’area Lotito – e la città ha già scelto il suo campo di battaglia. Non il campo di calcio, ma quello dello scontro permanente. È come se la partita vera, a Reggio, non fosse mai undici contro undici, ma reggini contro reggini. Il paradosso è evidente: né Rizzetta né gli uomini vicini a Lotito hanno ancora messo piede stabilmente in città per presentare un progetto, un organigramma, una visione sportiva. Non c’è un progetto illustrato, non c’è un budget dichiarato, non c’è un direttore sportivo nominato, non c’è un allenatore scelto. Eppure la tifoseria è già spaccata in blocchi rigidi, quasi ideologici. C’è chi tifa Rizzetta come se fosse un parente stretto, chi difende la cordata Lotito come se fosse l’unica via di salvezza, chi odia l’uno o l’altro per principio, senza uno straccio di elemento concreto su cui basare il proprio giudizio.

Questa non è passione. Questa è distorsione. Reggio non aspetta i fatti: li anticipa, li immagina, li piega alle proprie simpatie e antipatie. È una piazza che ha trasformato lo scontro in abitudine, la polemica in identità, la divisione in stile di vita. Non è più solo tifo: è tribalismo. Da una parte c’è il fronte della prostrazione. Quelli che al primo nome che arriva si inginocchiano, chiamano “papà” chiunque si presenti con un minimo di potere economico, si mettono in fila per una foto, un favore, una promessa. Non è amore per la Reggina, è sudditanza. È la ricerca del “padrino” che ti protegge, ti sistema, ti fa sentire dalla parte giusta. Poco importa chi sia, cosa voglia fare, che storia abbia: basta che sembri forte, influente, “amico di”. È una forma di tifo che confonde il club con il proprio tornaconto personale. Dall’altra parte c’è il fronte dell’insulto automatico. Quelli che contestano a prescindere, che non hanno mai letto una riga su Rizzetta, non conoscono il suo percorso imprenditoriale, non sanno chi siano gli uomini della cordata Lotito, ma hanno già deciso che non vanno bene. Sono quelli che vivono di sospetto, che vedono complotti ovunque, che non si fidano di nessuno, ma invece di trasformare il dubbio in vigilanza lo trasformano in odio. Non è critica, è pregiudizio. Non è controllo, è demolizione preventiva.

In mezzo, schiacciata, c’è la Reggina. La società, il simbolo, la maglia, la storia. Quella che dovrebbe essere il centro di tutto e che invece diventa il pretesto per guerre personali, per regolamenti di conti, per posizionamenti politici e sociali. La politica locale, in questo scenario, non è spettatrice. Spinge, orienta, suggerisce, si muove. È evidente che una figura come Lotito, con il suo peso nel calcio italiano e nei palazzi del potere, rappresenti un polo di attrazione per chi governa il territorio. È altrettanto evidente che ci siano interessi, equilibri, rapporti da preservare. Ma il punto non è demonizzare la politica: il punto è non trasformare la Reggina in un campo di battaglia di partito. Lotito può essere una grande opportunità come può essere un boomerang devastante. Lo stesso vale per Rizzetta: può portare entusiasmo, idee, network internazionale, ma può anche rivelarsi inadatto, insufficiente, fragile. La verità è che oggi nessuno ha in mano la prova certa di nulla. Eppure la città si comporta come se la sentenza fosse già scritta.

Qui sta il nodo: Reggio non ragiona più in termini di “vediamo cosa succede”, ma in termini di “io sto con” o “io sono contro”. È una piazza che ha perso il gusto dell’analisi e ha abbracciato la logica del tifo anche fuori dallo stadio. Non si discute di piani industriali, di sostenibilità economica, di infrastrutture, di settore giovanile, di programmazione tecnica. Si discute di appartenenza a una fazione. Si discute di chi sta con chi. Si discute di chi è “servo” e chi è “nemico”. È un clima che allontana chiunque voglia lavorare seriamente. Ed è qui che la domanda diventa scomoda, quasi brutale:
a un imprenditore conviene davvero investire nel calcio a Reggio Calabria? Conviene entrare in una piazza dove ogni scelta viene trasformata in un processo pubblico, dove ogni decisione è un referendum, dove ogni errore diventa un marchio indelebile? Conviene farlo sapendo che, prima ancora di iniziare, metà città ti ha già messo un’etichetta addosso?

Perché un conto è la passione, un conto è l’instabilità permanente. Un conto è il tifo caldo, un conto è il clima tossico. Un conto è la critica, un conto è la demolizione sistematica. Un imprenditore serio, che mette soldi veri, tempo, reputazione, ha bisogno di una piazza esigente ma lucida, non di una piazza isterica. Ha bisogno di una tifoseria che sappia contestare quando serve, ma che sappia anche aspettare, valutare, giudicare sui fatti. Reggio, invece, negli ultimi anni ha spesso scelto la strada opposta: idolatrare oggi, bruciare domani. Chiamare “salvatore” chiunque arrivi, salvo poi trasformarlo nel nemico pubblico numero uno al primo errore. È un ciclo malato che non costruisce nulla. Non crea cultura sportiva, non crea credibilità, non crea stabilità. Crea solo macerie. E allora, di fronte a questa nuova contesa tra Rizzetta e la cordata Lotito, la vera prova non è solo per loro. È per la città. È per la tifoseria. È per l’ambiente. La prova è questa: Reggio è capace di comportarsi da piazza matura? È capace di non schierarsi per simpatia o antipatia personale?
È capace di non chiamare “papà” il primo che passa? È capace di non insultare chiunque non rientri nel proprio schema mentale?

La maturità non significa fidarsi ciecamente. Significa il contrario: significa pretendere trasparenza, chiedere piani chiari, domandare garanzie, vigilare. Ma farlo sui fatti, non sulle fantasie. Significa non farsi usare dalla politica, ma nemmeno demonizzarla a prescindere. Significa capire che un imprenditore non è un santo né un demonio: è uno che investe, e come tale va giudicato su ciò che fa, non su ciò che si immagina di lui. Quando si arriverà al closing – qualunque sia il nome che comparirà in calce ai documenti – quello sarà il momento zero. Non il punto d’arrivo delle tifoserie, ma il punto di partenza del giudizio. Da lì in poi si potrà monitorare, analizzare, criticare, contestare se necessario. Ma farlo con criterio, con lucidità, con un obiettivo chiaro: il bene della Reggina.

Perché alla fine, in mezzo a tutto questo rumore, c’è una sola verità che dovrebbe mettere tutti d’accordo: non conta Rizzetta, non conta Lotito, non contano i politici, non contano i cortigiani, non contano i detrattori di professione. Conta solo la Reggina.
La maglia, la storia, il futuro del club. Il resto – le fazioni, le guerre sui social, le etichette, le genuflessioni, gli insulti a prescindere – è solo un gigantesco, inutile, dannoso rumore di fondo. E se Reggio non impara a spegnerlo, il rischio è che, alla lunga, non sia più la Reggina a dividere la città, ma la città a logorare la Reggina. E allora sì, la domanda iniziale troverà una risposta chiara: a un imprenditore non conviene. E quel giorno, però, non basterà più dare la colpa agli altri.


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