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La Reggina e il suo dovere: Guardare in faccia la verità

di Rocco Calandruccio

La Reggina deve smettere di cercare alibi e iniziare a guardarsi dentro. È questo il punto da cui riparte ogni discorso serio, ogni progetto credibile, ogni rinascita possibile. Perché continuare a inseguire ombre esterne, a sperare che il calcio scommesse o il caso Messina possano cambiare la classifica, è un modo elegante per non affrontare la realtà. Una realtà semplice, dura, ma inevitabile: questa stagione la Reggina l’ha compromessa da sola. Non sono stati gli arbitri, non sono stati i complotti, non sono stati i rivali. Sono stati errori tecnici, fragilità mentali, scelte sbagliate, mancanze strutturali. È stato un percorso che, nei momenti decisivi, ha mostrato tutti i limiti di una squadra che non ha saputo essere squadra, e di una società che non ha saputo proteggerla, guidarla, sostenerla con la lucidità necessaria.

Il problema non è perdere. Il problema è non capire perché si è perso. E la Reggina, in questi mesi, ha preferito spesso guardare altrove, cercare spiegazioni esterne, aggrapparsi a possibilità remote, a scenari giudiziari, a speranze che nulla hanno a che fare con il campo. Ma il campo non mente. Il campo non fa sconti. Il campo dice che la Reggina non è stata continua, non è stata solida, non è stata feroce quando serviva. Dice che ha lasciato punti pesanti contro avversari inferiori, che ha smarrito identità nei momenti chiave, che non ha avuto la maturità per reggere la pressione. E tutto questo non può essere cancellato da nessuna sentenza, da nessuna penalizzazione altrui, da nessun incastro favorevole.

Il caso Messina è diventato una sorta di salvagente emotivo, un “magari succede qualcosa”. Ma un club che vuole tornare grande non può vivere di “magari”. Non può programmare il futuro sperando nei guai degli altri. Non può costruire la propria dignità su ciò che accade fuori dal proprio controllo. È una mentalità che impoverisce, che immobilizza, che distoglie dal lavoro vero: analizzare, correggere, ricostruire.

Il mea culpa, invece, è un atto di forza. È il gesto che separa chi vuole crescere da chi vuole sopravvivere. Significa dire: abbiamo sbagliato, non siamo stati all’altezza, dobbiamo cambiare. Significa assumersi la responsabilità davanti alla piazza, che ha riempito lo stadio, ha seguito la squadra ovunque, ha creduto fino all’ultimo. I tifosi amaranto non meritano illusioni, non meritano favole consolatorie, non meritano che la realtà venga mascherata da alibi. Meritano verità, programmazione, ambizione reale, non immaginata.

La Reggina deve ripartire da qui: dalla consapevolezza che il fallimento è interno, non esterno. Che la classifica è figlia dei propri limiti, non delle disgrazie altrui. Che la rinascita non arriverà da un tribunale, ma da un progetto serio, da una società solida, da una squadra costruita con logica e identità. È un percorso lungo, faticoso, ma è l’unico possibile. Tutto il resto è rumore.


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