Disastro Italia, le riflessioni di Carmine Alessandria: "Tornare a una formazione più specifica e identitaria dei ruoli"
Fonte: a cura di Carmine Alessandria
Ridurre le criticità del sistema calcio a una presunta “assenza di tecnica” appare una lettura parziale e superficiale.
Il vero nodo sembra piuttosto essere la carenza di estro, inteso come capacità dei calciatori di creare superiorità numerica, incidere nell’uno contro uno e interpretare situazioni complesse con creatività e personalità.
Questo dato apre una riflessione più ampia: come possiamo formare giocatori maggiormente “pensanti”, consapevoli e autonomi nelle scelte? E, laddove non si riesca a sviluppare tali qualità in modo diffuso, diventa fondamentale tornare a una formazione più specifica e identitaria dei ruoli.
In passato i percorsi di crescita erano più definiti:
i difensori venivano formati prioritariamente per saper difendere, per poi evolvere nella gestione del possesso;
gli attaccanti erano educati prima di tutto alla finalizzazione, sviluppando freddezza e cinismo sotto porta, per poi diventare elementi capaci di disturbare e stressare le difese avversarie anche in fase di non possesso.
Oggi, invece, assistiamo a una crescente “ibridazione” dei profili: calciatori in grado di fare un po’ di tutto, ma raramente eccellenti in qualcosa di specifico. Questa polivalenza, se da un lato garantisce una certa adattabilità, dall’altro rischia di limitare l’espressione di qualità distintive di alto livello.
Il risultato è un sistema che riesce a mantenere una competitività media — come dimostra un posizionamento intermedio nei ranking internazionali — ma che allo stesso tempo espone a una forte discontinuità di rendimento, permettendo di competere con avversari di alto livello e, allo stesso tempo, di incorrere in prestazioni deludenti contro realtà teoricamente inferiori.